Mercedes-Benz 230 SL, la Pagoda dello zio Tom

Tom Tjaarda, designer olandese naturalizzato statunitense, italiano d’adozione: lavorò in Ghia e Pininfarina. Per quest’ultima disegnò la versione coupé della famosa Mercedes-Benz 230 SL, che a Torino avrebbero voluto costruire...

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Ottobre 1964, Parigi, interno giorno: un giornalista dell’auto copre il “Mondial de l’Automobile”, la fiera dell’automobile più antica del mondo. Cammina verso lo stand di Pininfarina e da lontano vede un’auto che ricorda la Mercedes-Benz 230 SL presentata l’anno prima a Ginevra.

È un modello già presente nei concessionari della Casa di Stoccarda sparsi in tutto il mondo. Quando è al suo cospetto, si accorge che il suo stile e le sue proporzioni sembrano essere un po’ diversi. E ha un vero padiglione, a differenza dell’hard-top rimovibile in stile Pagoda montato sulla 230 SL di produzione.

Se oggi lo stile della W113 creato da Paul Bracq e Bela Barenyi con la supervisione del capo dello stile Friedrich Geiger, è universalmente considerato un capolavoro, all’epoca non manca chi storceva il naso osservando il design concavo del suo tetto rimovibile, responsabile del soprannome che da allora identifica questa Mercedes e anche, impropriamente, alcune serie a seguire.

È successo che Pininfarina si è accordata con Mercedes-Benz, subito dopo la presentazione della 230 SL, con l’obbiettivo di farne una versione a tetto fisso. Il progetto è stato affidato a un giovane americano, appena arrivato a Torino dalla Ghia, il ventinovenne Tom Tjaarda.

È giovane, ma ha già lasciato la sua impronta stilistica sulla Ferrari 330 GT 2+2 firmata anch’essa da Pininfarina. Il suo compito non è dei più semplici - mettere le mani su un design già molto ben riuscito, anche se in quel momento non ancora del tutto “digerito” - ma Tjaarda riesce, con sottili modifiche, a reinterpretarlo nel modo corretto.

Come? Alzando la calandra, appiattendo il profilo laterale e rimodellando i contorni del cofano. Infine, aggiungendovi un padiglione con montanti sottili. Così, alla fine, la W113 è sempre la stessa, ma… diversa!

Con in mente la possibile produzione, Tjaarda lascia l’interno pressoché immutato, eccezion fatta per i sedili che hanno un rivestimento simile a quello delle Ferrari del momento; inoltre toglie i braccioli dai pannelli delle porte, che hanno maniglie rastremate. Per il rivestimento del padiglione inoltre usa tappezzeria non perforata. Tjaarda ridisegna anche la zona dietro i sedili, ma nell’insieme l’interno è pronto per la produzione.

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Lo splendido coupé, che secondo alcuni irriducibili critici sembra più una Ferrari che una Mercedes, è una delle stelle del salone parigino di quell’anno. Tuttavia, non solletica l’interesse della dirigenza di Stoccarda per un’eventuale produzione (d’altra parte è accaduto assai di rado nella storia che Mercedes si sia rivolta all’esterno per lo stile delle sue auto).

In compenso, diversamente da quanto accade spesso con i prototipi da esposizione che finiscono distrutti, quest’auto sfugge al demolitore per essere venduta ad Axel Springer, magnate dell’editoria germanica. La macchina nel corso degli anni passò attraverso vari proprietari, tra cui la moglie di Springer, Helga Ludewek, finendo il lungo giro negli Stati Uniti, dove arriva con colori non originali, sia dentro sia fuori. Nel 1997 è acquistata da Weston Hook, che l’affida alla Hjeltness Restoration, di Escondido in California, per riportarla alla configurazione originale.

La squadra composta da Jerry and Eric Hjeltness, padre e figlio, restaura l’auto in meno di 12 settimane, giusto in tempo per partecipare al concorso di Pebble Beach di quell’anno. Gli Hjeltness sono tra i più accreditati restauratori di Mercedes 300 SL; hanno avviato l’officina nel 1983 e da allora calcolano che almeno cinquanta esemplari di 300 SL siano transitati nella loro officina, molti di essi per lavori “da paraurti a paraurti”.

Jerry ha studiato da tecnico meccanico e mentre suo figlio cresceva ha sempre lavorato su queste auto, quindi è naturale che anche Eric si sia dedicato a questa attività. Pebble Beach Nel 1997 la Mercedes ha soltanto 33 anni, si può dire che sia appena diventata “d’epoca”; negli anni la famiglia Hook l’ha mostrata in pubblico in molte occasioni, tra cui un ritorno a Pebble Beach nel 2005 in occasione del 75° anniversario di Pininfarina.

Nel frattempo, mancato Weston Hook, la macchina è stata ereditata dalla moglie Elona e dal figlio Russell. Nota come “Pininfarina coupé”, la macchina ha avuto una serie di proprietari statunitensi; Jerry Hjeltness la vede per la prima volta ad un evento a Palm Springs a metà anni Novanta, è di colore nero e monta cerchi Mercedes moderni, in alluminio.

In seguito sarà riverniciata in rosso, con interni in pelle marrone chiaro. A metà decennio la Mercedes coupé attira l’attenzione del noto collezionista americano Weston Hook, che però non l’acquista subito.

Prima ne parla più volte con Hjeltness, il quale sostiene che “Verniciata in rosso, non ha senso”. Qualche settimana più tardi, Weston richiama Jerry: “Ho acquistato la Mercedes. Quelli di Pebble Beach l’hanno già accettata, ci sarà la classe dedicata a Tom Tjaarda”.

In breve, Hook chiede allo specialista di dare una lucidata alla coupé e prepararla per l’evento. Ma la vernice rossa è messa male, e Hjeltness pensa che la macchina semplicemente non sia in condizioni da concorso. Anzi, è ben lungi dal poter anche soltanto essere presentata: “Possiamo provare a lucidarla - dice Jerry al neo proprietario -. Ma la vernice sta facendo le bolle e sotto c’è la tinta nera. Se i giudici si inginocchiano e guardano sotto, si mettono a ridere. Rischi una brutta figura”. Weston a tutta prima vorrebbe mantenerla rossa, ma dopo aver visto delle foto della 230 SL com’era stata esposta a Parigi, si convince di tornare all’originale del 1964. Jerry pensa che il grigio originario sia il colore migliore per quelle linee.

Così, mentre Pebble Beach si avvicina a grandi passi, tutti i lavori alla Hjeltness restauri sono interrotti per consentire di concentrarsi soltanto sul lavoro per la Mercedes di Hook. Eric ricorda che la macchina viene completata in meno di 12 settimane e che la carrozzeria non sarà portata a nudo, ma soltanto sabbiata molto profondamente. Durante i lavori, si scopre peraltro che la tinta con cui la macchina è uscita dalla Mercedes era il bianco: “Mano a mano che la preparavamo, scoprivamo vari livelli di vernice - racconta Eric Hjeltness -: bianco, grigio, nero e rosso. Abbiamo trovato perfino dello stucco in alcuni punti. Leonardo era uno scultore italiano, no? Ebbene, Pininfarina ha usato dello stucco, ne sono sicuro”.

Eric dice anche che quando l’auto fu esposta a Parigi, nel 1964, aveva i ripetitori laterali di una Ferrari: “I buchi erano stati stuccati, ma era facile intuire quelle originali, di quando la carrozzeria fu preparata per essere verniciata in grigio”. Tra le prime cose che Jerry nota è che l’auto ha il parabrezza di plexiglas, presente da prima che Weston acquistasse l’auto: “Il restauratore che dipinse l’auto in rosso evidentemente aveva rotto il parabrezza”, ipotizza Jerry ; ma una soluzione si trova.

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All’epoca, Chrysler ha un centro di design avanzato nella vicina Carlsbad, dove lavora un amico di Hjeltness: “L’ho fatto venire e abbiamo realizzato con il gesso, dal parabrezza in plexiglas, uno stampo. Poi ho fatto realizzare un parabrezza in vetro da un negozio a Long Beach”. Per fortuna l’interno è in massima parte corretto, ma i pannelli in alluminio, con le loro belle incisioni, non sono a posto.

Per ricreare i battitacco Jerry, con la sua esperienza di attrezzista, realizza uno strumento che consenta di duplicare gli originali. Guardando le foto di Parigi del 1964, Weston nota poi una targhetta del telaio di forma particolare e insiste che Jerry la replichi, perché nel frattempo essa è sparita. Jerry dice a Weston che non c’è abbastanza tempo, ma visto che il lavoro procede senza grandi complicazioni, prova a replicarla, usando le immagini del ‘64, con cui alla fine è in grado di accontentare il proprietario.

Vale la pena raccontare un aneddoto riguardo alla presentazione dell’auto a Pebble Beach nel 1997. Jerry ricorda: “Qualcuno con accento tedesco si avvicina e sento che dice: «Ecco la macchina. Pensavamo che fosse andata perduta». A quanto pare era una persona che lavorava per Axel Springer. Una settimana dopo, costui ci contatta e poi fa fotografare l’auto in un vicino centro ippico a Rancho Santa Fe, in California, e in seguito appare nel 1998 sulla rivista Auto Bild in Germania”.

Dalla sua apparizione nel 1997 a Pebble Beach, l’auto ha partecipato a molti eventi, e ogni volta è un successo. Tra le esibizioni più importanti c’è quella a Villa D’Este nel maggio 2014, dove ci sono anche la moglie ed il figlio di Weston Hook, scomparso nel 2007. Quest’ultimo, Russell, ci disse in quell’occasione: “È un onore possedere un pezzo di storia automobilistica come questa Pininfarina 230 SL, ma per me e mia madre Elona comporta anche oneri.

È un pezzo di storia, di una storia che per mio padre rappresentava molto. Ricordo la prima volta in cui compresi cosa significava per mio padre. Eravamo alle Hawaii, in una giornata tipicamente calda e umida - ricordava Russell Hook -. Mio padre ci portò tutti a fare un giro su una Corvette convertibile del 1956. Il cane del vicino ci rincorse fino a saltare dentro la macchina, ma lui non se ne preoccupò minimamente, anzi ricordo ancora le sue risate e la gioia di vivere di quel giorno, ma anche la sua felicità quando scoprì questa Mercedes e durante il frenetico restauro, e le tante amicizie che quest’auto ha portato nella nostra vita”.

Il coupé Pininfarina 230 SL è una pietra miliare della storia di Mercedes-Benz, del carrozziere torinese e di un giovane designer americano, Tiom Tjaarda, che nella sua carriera firmò oltre 80 progetti di automobili. E promette di essere, ancora una volta, una delle stelle di Pebble Beach nella classe speciale riservata alle auto di Pininfarina del concorso 2021.

Con la sua interpretazione della Mercedes 230 SL, Pininfarina sperava di convincere la Daimler a darle una commessa per la costruzione di una serie di esemplari. A Stoccarda però non si convinsero e così quello fotografato in queste pagine rimase un esemplare unico.

Testo e foto di Rich Truesdell

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