Aston Martin DB5 e Sean Connery

La scomparsa di Sean Connery lo scorso anno ha riportato alla ribalta il rapporto tra i film di 007 e l’Aston Martin DB5 che ne fu protagonista insieme all’attore scozzese. Un marchio dal blasone mai appannato, tanto che ...

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La scomparsa di Sean Connery ha riportato alla ribalta il rapporto tra i film di 007 e l’Aston Martin DB5 che ne fu protagonista insieme all’attore scozzese.

Un cabalista ci avrebbe forse detto che il 2020, anno bisestile, non sarebbe stato dei più propizi. Per Aston Martin è stato un anno particolare, legato anche a un altro numero: 007.

Un anno cominciato a gennaio con l’acquisizione della quota di maggioranza da parte di una cordata di investitori capitanata dal canadese Lawrence Stroll.

A giugno la Casa di Gaydon è tornata agli onori della cronaca per l’acquisto del 20% di sue azioni da parte di Daimler, gruppo a cui fa capo Mercedes-Benz, con un investimento di 286 milioni di sterline che l’ha portato a essere il secondo azionista. Nel frattempo, appena un mese prima era stato annunciata l’operazione di riproduzione di ben 25 esemplari della DB5 di Bond, sì proprio quella con il sedile eiettabile, i rostri alle ruote, gli schermi antiproiettile e le mitragliatrici dietro le luci posteriori.

Tanti, 25 esemplari, per un’automobile, la “DB5 Goldfinger Continuation”, che con tutti quei congegni non è omologabile per l’uso su strada. Il 31 ottobre, infine, ecco la morte di Sean Connery, lo 007 per eccellenza, ennesimo episodio funesto di un anno da dimenticare ma che si ricorderà a lungo. Connery, che diede fattezze e movenze a James Bond, l’agente segreto più famoso del mondo; e che fece della DB5, hic et nunc, l’automobile più famosa del mondo. In fondo è per lui se siamo qui di nuovo a parlarne, nel nostro piccolo.

Sean Connery Per almeno tre generazioni di fan, lo scozzese più noto sul pianeta è stato lui, l’agente 007, James Bond che guida automobili incredibili. Il rapporto di Connery - Bond con le auto, rigorosamente inglesi, parte in sordina: nella prima pellicola della saga, “Dr No” (titolo italiano: “Licenza di uccidere”), 007 guida una modesta Sunbeam Alpine.

Nel secondo film dedicato al personaggio ideato da Ian Fleming, “Dalla Russia con amore”, la vettura dell’abile agente segreto è una ben più lussuosa Bentley Continental dotata di radiotelefono, auto personale di Bond anche nei romanzi di Fleming.

Con l’evolversi del personaggio evolve anche l’inseparabile automobile, che a partire da “Goldfinger” del 1964 diventa una più agile e veloce Aston Martin DB5. Grazie alle acrobazie alla guida e alle diavolerie installate a bordo dal vulcanico “Q”, la DB5 targata BMT216A diventa famosa in tutto il mondo, tanto da essere riconfermata anche nel successivo film di Bond, Thunderball del 1965.

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Con i “nuovi” Bond, da Roger Moore in poi, la produzione sceglierà altre vetture, dalla Ford Mustang alla Lotus Esprit a una lunga parentesi targata BMW, ma il marchio Aston Martin tornerà in scena con Pierce Brosnan in “GoldenEye” del 1995, “Il domani non muore mai” (1997) e “Il mondo non basta” (1999) e poi ancora, con l’arrivo di Daniel Craig, in “Casino Royale” (2006). Mentre in “Skyfall” del 2012 e “Spectre” del 2015 tornerà ancora lei, l’iconica e indimenticata DB5, in veste di vettura personale di 007.

Ed è assieme a lei che molti di noi ricordano il James Bond di Connery: appoggiato al parafango della sua DB5 sui tornanti delle alpi svizzere in “Goldfinger”. Una macchina speciale, che ognuno ha almeno una volta sognato di possedere. Dotata di gadget degni del miglior supereroe come mitragliatrici dietro gli indicatori di direzione, speroni per tranciare le gomme, scudo antiproiettile estraibile dal bagagliaio, scanner e localizzatore radar, rostri dei paraurti telescopici, targhe intercambiabili (da BMT216A - UK, a 4711-EA-62 Francia, a LU 6789 Svizzera), e poi ancora getti d’olio nascosti nei fanalini posteriori, sedile passeggero eiettabile, fumogeni, vetri antiproiettile, getti d’acqua ad alta pressione, spargi chiodi, radiotelefono con fax e scomparti segreti per le armi.

Un allestimento tale da far apparire quasi noiosa una DB5 standard, che tutto è tranne che noiosa: prodotta dal 1963 al 1965 in collaborazione con la Carrozzeria Touring, che aveva applicato il suo metodo Superleggera, la DB5 è la naturale evoluzione, in termini di prestazioni e comfort, della già ottima DB4. Rispetto a questa, il motore 6 cilindri in linea bialbero in lega leggera passa da 3670 a 3995 cc, con una potenza di 282 Cv per ben 240 km/h.

Un’icona del cinema la DB5, la Bond-car per eccellenza, andata all’asta lo scorso anno da RM Sotheby’s per la bellezza di 6,4 milioni di dollari (dieci volte di più di una DB5 aggiudicata quest’anno, sempre da RM, a Parigi). Ben 55 anni dopo il film. Segno che il mito di James Bond, quello originale, con Sean Connery, non ha alcuna intenzione di tramontare. Anzi. Tante volte la scomparsa dei protagonisti porta alla ribalta le glorie del passato.

Quella di James Bond, invece, non ha mai conosciuto declino. Ma perché ci piace ancora tanto il primo James Bond, con quel suo essere a metà strada tra un damerino e un supereroe, e perché ci piace ancora tanto la sua Aston Martin, con quei gadget folli e antiquati? Il merito, secondo noi, è proprio suo, di Sean Connery. Che è riuscito, per primo, a creare un personaggio nuovo, trasversale, capace di piacere a tutti. Eroico, coraggioso, impavido ma non avventato; abile, colto, istruito, e nello stesso tempo prestante e in grado di menare le mani, ma senza mai sgualcirsi la giacca. Sfrontato ma rispettoso con le donne, mai inutilmente violento, mai eccessivo, mai volgare.

Sempre elegantissimo. E poi così tanto “charmant”, ci perdoni se usiamo un francesismo, lui che trasudava Scozia da ogni poro. E così era la sua macchina: letale, ma dalle doti mortifere celate sotto un insospettabile abito di alta sartoria. Un prototipo di eroe arguto e pulito, quello di Connery, che ha spianato la strada ai successivi, pure apprezzati, Roger Moore e Pierce Brosnan, i quali hanno avuto la furbizia di ripercorrere, a modo proprio, le orme tracciate dallo scozzese.

Un modello che tutti abbiamo amato e abbiamo sognato di emulare indistintamente, anche mentre intorno a noi impazzavano gli eccessi psichedelici degli anni settanta o quelli pop degli anni ottanta. Perché James Bond non è stato solo un eroe. È stato un modello di eleganza, di savoir faire, di stile.

E lo stile, quello vero, non conosce stagioni, non tramonta. Dura per sempre.

Di tutto questo a noi interessa che la Casa nata nel 1913 come garage per la vendita e riparazione di auto Singer, abbia un futuro florido. E ci interessa ovviamente la sua storia, di cui Sean Connery è stato parte importante, seppure sotto le mentite spoglie di James Bond, personaggio fantastico più ancora che di fantasia.

Come fantastica era la sua Aston Martin DB5. Pressoché identica esternamente all’ultima serie della DB4, la DB5 del 1963 si differenzia da quest’ultima per lo più nella meccanica: monta infatti il 6 cilindri in linea, bialbero e interamente in lega leggera, con cilindrata aumentata a 4 litri (3995 cc per l’esattezza) rispetto ai 3.7 della DB4; la cura ricostituente è opera di Tadek Marek, ingegnere polacco con varie esperienze agonistiche all’attivo.

Marek durante la guerra è in Inghilterra dove lavora su motori di carri armati; terminato il conflitto è impiegato alla Austin Motors e poi passa a Newport Pagnell nel 1954, con il compito di riprogettare il venerabile sei cilindri in linea Lagonda, risalente agli anni Venti In pratica tutti i motori da lì in poi saranno opera sua, compreso il V8 del 1968, anno in cui l’ingegnere di Cracovia si trasferisce a vivere in Italia pur continuando a lavorare, fino al Duemila, con la Casa inglese.

La potenza sul 4.0 aumenta a 282 Cv a 5.500 giri (dai 240 Cv circa precedenti), con una robusta coppia di quasi 40 kgm a 3.850 giri. Ciò che più affascina di questa modifica è soprattutto il fatto che il motore in questa cubatura derivi da quello montato sulla DP215 (circa 330 Cv), la Gran Turismo da competizione costruita in esemplare unico e derivata a sua volta dalla DB4 GT. Un Dna corsaiolo dunque che conferisce al nuovo modello un’immagine da auto esclusiva, capace di prestazioni elevatissime, come testimonia la velocità massima dichiarata in oltre 240 km/h.

Se si uniscono questi numeri al fatto che soltanto quattro anni prima della presentazione, nel 1959, l’Aston Martin aveva vinto la 24 Ore di Le Mans con la bellissima DBR1 (3 litri, circa 260 Cv), è facile capire come la Casa di Newport Pagnell fosse in quel momento nel novero dei Costruttori più in voga, come Jaguar e Ferrari. E dunque adatta da fare da compagna di avventure di un personaggio sempre sul filo del rasoio come James Bond.

Quasi ad accrescere l’aura da auto da supereroi, nel manuale d’uso della vettura si trovava la seguente nota di avviso, non senza un tocco di umorismo inglese: “Si suggerisce rispettosamente di guidare l’auto con la massima attenzione fino a quando il proprietario non si sarà sintonizzato completamente sul suo alto livello di prestazioni...

Quando la risposta dell’auto sarà stata verificata, sarà dimostrato che essa si comporta in modo impeccabile e sicuro”. Altre modifiche applicate alla DB5 erano il cambio ZF a 5 marce, daprima optional e poi di serie, e una frizione rivista e maggiorata. C’erano poi ammortizzatori Armstrong posteriori regolabili su due posizioni e un impianto frenante Girling con doppio circuito al posto del precedente Dunlop.

Infine, l’impianto elettrico si poteva giovare di un alternatore al posto della dinamo. Le differenze estetiche erano veramente minime: faro anteriori carenati, come sulla DB4 GT, il bocchettone di rifornimento benzina sdoppiato, i vetri azzurrati e all’interno gli alzacristalli elettrici e le luci di cortesia a cui si aggiungevano il cric idraulico per sollevare la vettura e come optional il tetto apribile Webasto e la radio Blaupunkt.

Legata alle corse

Artefici di quegli anni d’oro della Casa, protagonista nelle corse, nel mercato e al cinema, furono John Wyer, grande animatore delle attività sportive, e David Brown, proprietario dell’Aston Martin a partire dal 1947. Quest’ultimo credette nelle possibilità di rilancio, rilevando nel 1946 la società originaria che dal 1922 aveva iniziato a produrre auto con marchio Aston Martin, ma dopo la guerra era in ginocchio. Vecchi macchinari e progetti del tecnico Claude Hill, tra cui la coupé a due porte Atom degli Anni ‘30, furono il punto di partenza: la Atom fece da base per lo sviluppo della DB1, il primo modello battezzato con le iniziali del nuovo proprietario. Nel frattempo, David Brown acquistò anche la Lagonda, che significava avere i diritti per un motore 2.6.

Da subito, Brown e Hill lavorarono sullo sviluppo sportivo della vecchia Atom, in seguito chiamata DB1, preparandola per la 24 ore di Spa del 1948, dove ottenne una bella vittoria. Nel 1949 due macchine evolute e chiamate DB2 si qualificarono per la 24 Ore di Le Mans: avevano motori Lagonda, di 2,3 e 2,6 litri.

Da lì in avanti il nome Aston Martin si legò indissolubilmente al mondo delle competizioni, dove ogni modello, sostituito dal nuovo per il team ufficiale, entrava nel mercato dei privati, accrescendo a suon di risultati il prestigio del marchio.

Fino all’apogeo di Le Mans ’59, con la vittoria della DBR-1 condotta da Carroll Shelby e Roy Salvadori. La scelta per interpretare l’auto speciale di una spia inglese, in una produzione cinematografica inglese, a quel punto era scontata.

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