Epoca, Morris Minor e Fiat 1100, un 'inglesina per Elsa

25 gennaio 2016
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    Nel dopoguerra Inghilterra e Italia sono accomunate dalla motorizzazione di massa. Le due berline 1100 hanno affinità e differenze che raccontano due modi di vivere l’auto. Da noi la Morris è rara: abbiamo trovato quella della scrittrice Morante....

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    La fine degli anni Cinquanta rappresenta forse il momento più ottimista ed effervescente della storia italiana recente. La guerra è un ricordo sempre più lontano, una primitiva elettronica fa capolino nelle abitazioni, c’è voglia di crescita sociale ed economica. In campo automobilistico, la Fiat 600 prima, la Nuova 500 poi, rendono accessibile ai più libertà e indipendenza tanto desiderate negli anni precedenti, e l’avvento di un moderato ma diffuso benessere porta con sé il desiderio, per chi se lo può permettere, di distinzione sociale ed economica.

    Se 500 e Lambretta finalmente muovono il popolo, una classe di vetture superiore identifica lo strato sociale più abbiente, che fino a poco prima era distinto dal semplice possesso di un’automobile. Il modello nazionale che meglio soddisfa questa esigenza è la “Mille- cento”: cilindrata doppia rispetto a quella delle utilitarie più diffuse, quattro portiere, un vero baule, finiture di classe superiore e cromature in abbondanza, che magari non sono utili ma ancora oggi fanno tanto “status”. Grazie a un progetto moderno del poliedrico Dante Giacosa, a partire dal 1953 la Fiat 1100/103 è la macchina del professionista, del funzionario, del medico. Non è una grossa e lussuosa Lancia o una sportiva Alfa Romeo, che sono appannaggio di proprietari terrieri e capitani d’industria, ma regala quella giusta dose di signorilità sufficiente per distinguersi. Preferita fin da subito nella più costosa e curata versione “B”, la berlina di Torino diverrà, nell’arco di quasi vent’anni, sempre più leziosa, guadagnando cromature, accessori, verniciature bicolore e un discreto palmarès sportivo. In Inghilterra, altra patria dell’automobile europea, le cose vanno in modo un po’ diverso. L’auto che muove le masse, la “loro” 600, è una… mille (a metà anni ‘50: in precedenza aveva montato motori di 918 e 803 cc). Figlia della vulcanica mente di Sir Alec Issigonis, la Morris Minor è semplice e funzionale, di concezione non modernissima: nasce nel 1948, è spartana ma spaziosa, con uno stile classico che fa il verso a berlinone di ben altra caratura, e declinata in una miriade di versioni: berlina due e quattro porte, cabriolet, familiare e addirittura furgonata.

    Le vetture del nostro servizio appartengono allo stesso collezionista, il romano Alessandro Cacciotti, già in passato ospite delle pagine della nostra rivista. La Morris Minor di questo servizio è una seconda serie del 1957, distinguibile facilmente dalla precedente per la mascherina a listelli orizzontali, e dalla successiva per gli indicatori di direzione anteriori piccoli e interamente bianchi. L’aggiornamento principale della seconda serie, al debutto nel 1962, riguarda tuttavia il propulsore, che passa dal glorioso BMC A-Series di 948 cc, montato su una buona metà delle vetture inglesi dell’epoca, al più prestante 1098 cc che la rende, almeno in teoria, una concorrente ancor più diretta della berlina Fiat.

    Nella realtà, le due vetture raramente si sono trovate faccia a faccia: la Morris all’epoca in Italia era più rara di una mosca bianca, dato che moltissimi esemplari degli oltre 1,6 milioni prodotti furono venduti in Inghilterra e USA (oltre il 75%), dove le Fiat non hanno mai riscosso grande successo. L’esemplare di queste pagine però è un rarissimo caso di Minor “italiana”, perdipiù con una storia notevole: nel 1957 è acquistata nuova, da Alberto Moravia, come regalo alla moglie, la scrittrice Elsa Morante. Il loro matrimonio finisce nel 1962, ma la convivenza tra la Morante e la vettura dura fino alla sua dipartita, a metà anni ‘80, quando la Morris finisce nelle mani di un nuovo proprietario che, senza curarsi della provenienza della vettura, se ne disfa dopo pochi mesi. Sandro Cacciotti, notata la macchina lungo una via consolare, un giorno si ferma a chiedere informazioni. La richiesta è ragionevole, più o meno sette milioni di lire, e la trattativa va in porto; soltanto al momento di estrarre i documenti per il passaggio di proprietà salta fuori l’illustre prima intestataria.

    FINE SERIE

    La Minor è conservata in condizioni molto buone e necessita soltanto di un piccolo ritocco al cofano anteriore; sbrigata la pratica senza difficoltà Cacciotti, alla guida della vettura, parte per un giro “esplorativo” nel centro storico della Capitale, tra le vie prospicienti Piazza del Popolo, dove la Morante visse a lungo. Con sorpresa, scopre che l’auto è ancora nei ricordi di tutti: la portinaia del palazzo in cui la scrittrice viveva, l’oste della trattoria dove si fermava spesso a pranzo, la negoziante sotto casa: alla vista dell’auto tutti rispolverano aneddoti e ricordi, ed è suggestivo immaginare la figura della scrittrice, colta ed elegante, aggirarsi tra i vicoli della dolce vita romana su una vettura così insolita e fuori dal tempo, modesta seppur guarnita dagli opulenti interni in pelle amaranto, che contrastano piacevolmente con la carrozzeria finita nel classico Old English White.

    Al pari della Fiat 1100, la Minor conserva le targhe originali Roma e da esse è interessante dedurre come, in meno di sei anni, il parco circolante della capitale fosse più che raddoppiato. Questa 1100 è piuttosto particolare: lo stesso Cacciotti non ne ha ancora ricostruito chiaramente l’origine. Acquistata nel 2002 dall’unico precedente proprietario per circa tremila Euro, la vettura sfoggia sui parafanghi anteriori il fregio del reparto “Carrozzerie Speciali” a giustificazione di un allestimento “ibrido”: frontale e parafanghi anteriori della 1100 Special (serie 1957-60), caratterizzati da mascherina, fregi e indicatori di direzione laterali specifici, sono accoppiati al corpo vettura delle ultime versioni (Special 1962), che avevano tutte le porte controvento e lisce nella parte inferiore, e alla verniciatura in stile “1200 Granluce”.

    Il motore, i sedili, vari dettagli dell’interno e la pomelleria rimandano invece alla imminente serie “D”, presentata al Salone di Torino del ‘62. A tutta prima si potrebbe pensare a un restauro abborracciato, ma i già citati fregi del reparto carrozzeria possono far propendere per l’ipotesi di un modello di fine serie (la vettura è immatricolata nel 1963), costruito mescolando la scocca della nuova 1100 D con componentistica del modello precedente, probabilmente in avanzo sugli scaffali dei magazzini di casa Fiat. Al momento dell’acquisto, nel 2002, la vettura si presentava ben conservata e con la vernice originale. Da allora è stata semplicemente riverniciata in rosso  amaranto (in precedenza era beige) e sottoposta a un tagliando completo. Più che la storia di queste auto, è la prova del dunque che esprime le differenze principali tra due scuole di pensiero automobilistico.

     

     

    BRIO MEDITTERRANEO

    Se non basta la linea arrotondata, ci pensano la posizione di guida, e lo sfruttamento dello spazio a confermare l’anzianità, già a metà anni ‘50, del progetto Morris, che infatti risale come concetto all’inizio degli anni ‘40. La finitura approssimativa, il cruscotto essenziale,  la strumentazione all’osso e dettagli come il devioluci al pavimento lasciano intendere chiaramente che, per i mercati anglosassoni, pur essendo una “mille” la Morris è l’auto di tutti, al pari di Maggiolino, 2CV o Fiat 600.Con l’occhio di oggi la preziosa selleria in pelle dell’esemplare che fu di Elsa Morante appare quasi una forzatura, uno sforzo grossolano per rendere signorile un prodotto pensato con l’intento di servire.

    Dove la Morris stupisce, è nel comportamento: con soli 37 Cv non è un fulmine, però è facilissima e molto scorrevole. Il motore è pastoso e fluido, le sospensioni morbide e comode; a sorpresa, le sensazioni sono simili a quella che si provano su una berlina inglese di altra caratura.Di tutt’altra pasta è fatta la Fiat 1100. Il suo motore è erede diretto di quelli che, elaborati, hanno vinto gare montati su Cisitalia e Stanguellini, tanto per fare un paio di nomi. Ha quasi 20 Cv in più rispetto alla Morris, perciò la berlina italiana è più brillante nel traffico cittadino, nonostante il cambio al volante, rapido e preciso ma certo non adatto a una guida “allegra”.

    Lo sfruttamento dello spazio è ben più razionale e funzionale rispetto alla Minor, e denota un progetto moderno. I sedili anteriori sono di fatto due metà di un divano, l’abitacolo è più ampio in tutte le direzioni e il baule è capace e regolare. A confronto con la Morris, dalla signorilità più sobria e discreta, sulla 1100 c’è volontà di ostentazione, di ottimismo e di affermazione quasi sfacciata. Basti pensare a quanta importanza è data a costosi orpelli privi di funzione  uali cromature, gomme a fascia bianca, fregi e verniciature bicolore. Eppure la Morris, a distanza di anni, una piccola rivincita se l’è presa: sarà per il fascino Old England, sarà per la carrozzeria candida, sarà per l’aspetto pacioso, ma per i matrimoni di casa Cacciotti la più gettonata è di gran lunga lei.

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