Mazda RX-7, classico non convenzionale

La Mazda RX-7 è l’auto testimonial del motore Wankel e del DNA della Casa. Ed è oggetto di culto per molti appassionati che ne apprezzano il carattere da vera sportiva...

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Piacere di guida, leggerezza e motore rotativo sono i tre elementi che caratterizzano il dna Mazda, identificato nel modello di automobile più conosciuto della Casa di Hiroshima: la coupé RX-7.

Un’automobile che da oltre quarant’anni affascina gli appassionati di auto ad elevate prestazioni, proprio per la particolare dotazione motoristica: Mazda è probabilmente il Costruttore che ha creduto di più nelle qualità del motore rotativo.

Doti che si sposano alla perfezione con la guida sportiva: leggerezza, compattezza, semplicità costruttiva e alta potenza specifica, laddove il tallone d’Achille, il consumo elevato, è accettabile più che su automobili di altro tipo.

E c’è un’altra cosa, romantica se si vuole ma non mano importante per un appassionato: quel suono che, a scarichi liberi, si diffonde rauco e appuntito allo stesso tempo, e che chiunque sia a Le Mans nel 1991 ricorda molto bene, quando la 787 quadrirotore vince la 24 Ore, la gara più famosa al mondo.

Qui però parliamo della coupé RX-7, che è presentata nel 1978: primo modello sportivo di grande produzione della Casa giapponese, diventerà il veicolo a motore Wankel più venduto della storia, oltre ad aver promosso il marchio nipponico a livelli mai raggiunti prima, anche con tante vittorie in pista, fino a renderlo uno dei più noti agli appassionati in Europa e nel mondo.

Il caratteristico ululato rauco del birotore Wankel a scarichi aperti echeggia per la prima volta in Europa nel 1979 e nel 1980 è già vincente in gara. E non in un campionato qualsiasi, ma nel Britannico Turismo, “il” campionato per gli inglesi e uno dei più importanti al mondo per ruote coperte.

La RX-7, preparata dal prestigioso team Tom Walkinshaw Racing e guidata dal grande Win Percy, sbaraglia la concorrenza nella classe fino a 2300 cc. Sono gli albori dell’invasione giapponese (automobilisticamente parlando) della Gran Bretagna e tra gli avversari della Mazda c’è anche la Toyota.

Doppio prestigio, dunque. La vittoria è replicata nel British Touring Car Championship (la cui prima edizione risale al 1958) dell’anno dopo. Nel 1981 la RX-7 non dimostra soltanto di essere veloce, ma anche affidabile, riuscendo a completare la massacrante 24 Ore di Spa (prova di campionato europeo, ma importante quanto un campionato del mondo in prova unica).

E quando Mazda decide di sbarcare in America (dove già sono presenti anche Toyota e altri Costruttori giapponesi), i successi continuano ad arrivare a mani basse, tanto da superare quota 100 vittorie nell’IMSA con la RX-7 che domina la classe GTU (fino a 2500 cc) per dodici anni consecutivi dal 1982 al 1993, compresa la 24 Ore di Daytona.

Un altro campionato tra i più prestigiosi è sempre stato quello australiano, pure vinto dalla coupé a motore Wankel per tre anni di fila dal 1982 al 1984 compresa la famosissima 12 Ore di Bathurst con la RX-7 seconda serie dal 1992 al 1995. Il risultato è tanto più sorprendente se si considera che il futuro del motore rotativo è assai incerto quando Mazda inizia a sviluppare la RX-7.

Il Costruttore di Hiroshima ha già proposto il motore rotativo su buona parte della sua gamma di modelli in produzione, quando la crisi petrolifera del 1973-74, con i prezzi della benzina saliti rapidamente alle stelle, rende improvvisamente antieconomico per i clienti quel tipo di motore, piuttosto assetato di carburante. Mazda decide perciò di togliere il Wankel dalla maggior parte delle berline e in generale dai modelli che possano avere una destinazione da famiglia.

Potrebbe anche abbandonarlo del tutto, come hanno fatto altre Case che hanno sperimentato il Wankel, come Citroën, Mercedes-Benz ed NSU (ma anche Alfa Romeo, Ford e Porsche, tra le altre, ci lavorarono brevemente). Ma l’allora capo della ricerca e sviluppo Mazda, Kenichi Yamamoto, resiste, sostenendo che il motore rotativo sia un cruciale elemento di differenziazione per l’azienda rispetto alla concorrenza.

Avrà ragione Yamamoto, che segue il progetto fin dagli anni ‘60, ritiene di poter sviluppare il Wankel rendendolo più efficiente in termini di consumo. Tra i punti deboli di questo motore ci sono anche la lubrificazione, critica per i segmenti apicali del rotore triangolare, il mantenimento della corretta compressione e il raffreddamento, perciò si interviene anche sotto quegli aspetti, per il primo caso in particolare usando guarnizioni più durevoli e affidabili.

Yamamoto e la sua squadra forniscono il loro contributo anche al progetto dell’automobile a cui abbinare il motore in futuro: piccolo, leggero, potente e con un’erogazione brillante fino a regimi elevati, il Wankel si sposa perfettamente con un’auto sportiva. E la RX-7, coupé elegante e slanciata con il frontale a cuneo e il lunotto posteriore avvolgente sul portellone, è progettata appositamente. Icona rotante La prima generazione di RX-7 (piattaforma “FB”), in vendita in Giappone nel 1978 prima di arrivare in Europa l’anno successivo, fa subito sensazione.

Il peso a vuoto poco sopra i 1000 kg, e i 100-135 Cv (a seconda del mercato) della 12A sono un biglietto da visita molto promettente; la sigla “12A” indica la cilindrata 1.2: 573 cc è quella unitaria, moltiplicata per i due rotori di cui è composto il propulsore, dà un totale di 1146 cc.

In più il motore, piccolo e leggero, è montato in posizione anteriore-centrale per ottenere una distribuzione del peso ottimale, a tutto vantaggio della maneggevolezza, straordinaria come si dimostrerà nelle competizioni. La RX-7, che conta anche su un’ottima aerodinamica, ha prestazioni e contenuti tecnici di classe superiore rispetto alla sua fascia di prezzo, per non parlare della qualità di guida che è in grado di offrire; in seguito affiancato dalla versione turbo da 160 Cv per il Giappone, mentre sulle versioni esportazione per il Nord America si monta il Wankel 13B, di cubatura leggermente superiore e con alimentazione a iniezione.

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La seconda generazione della RX-7, codice “FC”, è introdotta nel 1985 con una linea ispirata alle Porsche 944 e una serie di miglioramenti per incrementare le prestazioni, come il DTSS (Dynamic Tracking Suspension System) che adatta l’assetto al tipo di guida e alle condizioni della strada, e il turbocompressore. Gli ingegneri procedendo con lo sviluppo trovano che la sovralimentazione si sposa molto bene con il Wankel, grazie al particolare andamento dei suoi flussi di scarico, permettendo di aumentare la coppia ai medi regimi; inoltre la sovralimentazione aumenta l’efficienza del motore rotativo, alzando le prestazioni a parità di consumo.

Il motore “13B” (1308 cc) diventa standard per tutti i mercati: dapprima l’RX-7 è venduta in Europa con l’aspirato da 150 Cv, poi diventano disponibili le versioni turbo twin-scroll da 180 Cv e 200 Cv. Con quest’ultimo motore la sportiva Mazda raggiunge 240 km/h di velocità massima e accelera da 0 a 100 km/h in soli 6 secondi.

Nel 1992 arriva la terza e ultima generazione di RX-7 (“FD”), che ha ormai tutte le caratteristiche della supercar, in linea con il marchio che ha vinto la 4 Ore di Le Mans: il Wankel birotore 13B nella versione per l’Europa raggiunge i 240 Cv grazie al doppio turbo, il che aumenta la velocità (autolimitata) a 250 km/h e l’accelerazione 0-100 km/h, che ora si compie in 5”3; il peso resta contenuto, per il tipo di automobile: 1300 kg. Il problema a questo punto diventano però le emissioni inquinanti che non permettono, a partire dal 1996, alla coupé di Hiroshima di superare le normative antinquinamento sempre più stringenti nell’Unione Europea.

Tuttavia Mazda continua a produrre la versione con guida a destra per i relativi mercati, aumentando anche la potenza fino a 280 Cv per la versione venduta in Giappone.

Nel 2002 la produzione della Mazda RX-7, una delle sportive più interessanti e longeve della storia dell’automobile, cessa dopo quattordici anni e 811.634 esemplari, diventando la vettura a motore Wankel maggiormente prodotta per distacco. Lungo la strada della sua storia, essa ha ottenuto anche tre record di velocità, uno per ogni versione, alle “Speed Week” di Bonneville: sui laghi salati dello Utah la I serie FB raggiunge nel 1978 i 296 km/h; nel 1986 è la volta della II serie FC, che tocca i 383,7 km/h, superata nove anni dopo dalla III e ultima, la FD, con 389 km/h.

Lo spirito del Wankel sportivo e della supercar Mazda però non si perde, perché dall’esperienza della RX-7 nasce nel 2003 la sua evoluzione RX-8, che costituisce anche la base di sviluppo per numerose innovazioni future sul motore rotativo, prima tra tutte l’alimentazione a idrogeno, che per le sue caratteristiche sarebbe l’uovo di Colombo del Wankel: tale carburante infatti abbatte, fino quasi ad annullarle, le emissioni inquinanti e aumenta l’efficienza diminuendo drasticamente i consumi, il che valorizza i tanti lati positivi del motore rotativo.

La RX-8 Hydrogen è bivalente, funziona sia a idrogeno sia a benzina; questo tipo di alimentazione è installata anche sulla Mazda Premacy Hydrogen RE Hybrid, una monovolume con il Wankel a idrogeno abbinato alla propulsione elettrica, soluzione futuribile di auto pulita ma anche di elevate prestazioni.

Più tardi il Costruttore svilupperà la Mazda2 EV con un piccolo Wankel monorotore usato come generatore per la carica delle batterie.

Tra gli appassionati la RX-7 resta un’icona di auto sportiva in assoluto, ma crea anche un filone di cultori del motore rotativo, attratti dalle elevate prestazioni, dal feeling di guida molto sportivo per l’erogazione ad elevato regime di giri e anche per la relativa semplicità che permette ai cultori della meccanica e del fai-da-te di effettuare molti lavori sull’auto nel garage di casa propria. Per Mazda invece quest’auto incarna la filosofia di marchio dedito alle tecnologie non convenzionali.

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