MINI INNOCENTI: La Mini è mia e la restauro io

Trovare una (Innocenti) Mini con quasi 50 anni sulle spalle e pensare di ripristinarla è piuttosto normale. Molto meno se si decide di farlo nel proprio garage. Ma qui sta il bello….

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Se siete tra quelli che amano sporcarsi le mani con la propria auto storica ed eseguire personalmente anche i lavori di ripristino meno facili, allora qui trovate pane per i vostri denti. Se invece siete degli onesti contemplativi, appassionati certamente sì ma restii a mettervi in gioco perché intimoriti, oltre che ammirati, dalla bravura degli specialisti restauratori, non vi deprimete.

Il risultato eccellente di questo restauro fai-da-te possiamo annoverarlo con serenità tra le eccezioni, anche se poi non così rare, del collezionismo a quattro ruote. La Mini 1001 che presentiamo in queste pagine è il frutto del lavoro di recupero di un appassionato ingegnere edile di Bergamo, Manuel Ravasio, che insieme al fratello e senza fretta, con grande pazienza e totale rigore storico è riuscito a portare a termine un’impresa che ai più sarebbe sembrata troppo impegnativa, ma che a lui è apparsa subito molto stimolante.

Abbiamo provato a chiedergli quale fosse stata la maggiore difficoltà incontrata, ma la sua disarmante risposta è stata: “Non ho incontrato nessuna difficoltà particolare, anche perché più una situazione è difficile e più è divertente superarla. Trovare le soluzioni giuste ai diversi problemi è il bello del restauro rispettoso dell’originalità”. C’è molto talento nel suo saper fare, ma c’è anche molta chiarezza d’idee riguardo al risultato da raggiungere.

Oggi la sua Mini 1001 è praticamente perfetta, originale all’80% unicamente perché come logico alcuni componenti sono stati sostituiti non essendo salvabili quelli di primo equipaggiamento. Il suo valore commerciale attuale non copre né il lavoro, né il tempo, né il costo dei ricambi richiesti, ma quel che conta è aver ridato vita ad un esemplare di un’auto icona di un enorme successo commerciale e di costume, destinato altrimenti alla morte per consunzione.

Trovata in rete

La caccia alla Mini giusta è stata abbastanza impegnativa per Ravasio. L’idea iniziale era in realtà quella di cercare un’auto adatta a partecipare alle gare di Regolarità storica, che quindi fosse di facile gestione, di restauro non troppo impegnativo e anche di dimensioni contenute, dato il poco spazio a disposizione.

A quel punto le alternative si sono ridotte alla A112 oppure, appunto, alla Mini, versione Innocenti per la migliore reperibilità. I mesi però passano infruttuosi, perché le richieste appaiono troppo elevate per auto in condizioni spesso disastrose. Finché un annuncio in rete sembra quello giusto: una Mini 1001 verde, senza targhe perché demolita nel 1991 ma completa e apparentemente non troppo acciaccata.

È però a Trento e gli impegni di lavoro rendono difficili gli spostamenti. Una sapiente opera di temporaggiamento col proprietario dilaziona di tre settimane il momento dell’incontro, che si conclude felicemente con l’acquisto dopo aver constatato l’integrità dell’auto e la sua originalità, testimoniata anche dal libretto originale con i tagliandi effettuati. Tornati in quel di Bergamo con la Mini sul carrello, comincia subito l’esame approfondito del suo stato di salute. La vita ritorna La prima verifica pratica riguarda naturalmente l’integrità del motore.

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Una volta accertato il funzionamento dell’impianto elettrico, dopo un’ora abbondante di tentativi di avviamento a vuoto e armeggiamenti intorno alle puntine e al carburatore, con l’accortezza di far pescare la benzina direttamente dalla tanica, alcuni scoppiettii segnalano la presenza di vita, finché il rombo che esce dalla marmitta semisfondata appaga le attese.

La fumosità è forte e densa, ma che altro ci si può aspettare da un motore fermo da quasi trent’anni? Da quella prima volta il motore si avvia sempre più facilmente, ma appare evidente che necessita di cure approfondite. L’entusiasmo è ormai alle stelle, e quindi si può partire con lo smontaggio completo della vettura.

E qui inizia il bello, perché la Mini è per molti versi un’automobile particolare e di contro a Ravasio non difetta certo l’inventiva Fantasia e manualità Per rimuovere il motore costruisce un carroponte, quindi un carrello per poter alloggiare la scocca durante il restauro, dato che non ha punti predisposti per il sollevamento. Quasi tutto il lavoro si svolge in garage, dove ogni pezzo viene smontato, sabbiato e riverniciato se recuperabile, se invece è irrimediabilmente compromesso, come succede per i particolari soggetti ad usura, è sostituito con un elemento nuovo.

Dato che i tempi di lavorazione previsti sono piuttosto lunghi, Ravasio si organizza in modo da compiere le operazioni corrette in fase di rimontaggio. Tutte le viti e i bulloni vengono catalogati e sigillati in sacchetti trasparenti: sono di origine inglese, quindi con passo in pollici, se se ne perde uno son dolori. L’impianto elettrico è “denudato” e rivestito con nuovo nastro isolante, dopo averne constatato l’integrità, mentre i connettori vengono sostituiti con altri nuovi. Il cruscotto è smontato, ripulito e gli strumenti vengono testati al banco.

Quando i pezzi da revisionare sono due, si procede prima con uno mantenendo integro l’altro, in modo da avere sempre a disposizione il campione per un confronto. Naturalmente la prima operazione è stata dotarsi del manuale di manutenzione e dei cataloghi ricambi completi di esplosi.

La scocca è integralmente smontata, sabbiata e portata in carrozzeria per la sistemazione di alcune lievi ammaccature e per la verniciatura con il bel verde pastello d’origine: è già sistemata sulla “rotisserie” che Ravasio ha appositamente progettato e si è costruito. Oltre alla verniciatura, le uniche lavorazioni affidate all’esterno, più per mancanza di tempo che per vera necessità, sono state la revisione del motore e il rivestimento dei sedili, non eseguito in casa perché in un primo momento non c’era una macchina per cucire a disposizione.

Recuperata la quale, ci si è messi all’opera sulle finiture spicciole, come il rifacimento della cuffia del cambio in skai. Anche per gli interni tutti gli interventi sono effettuati con l’intento di salvare il più possibile le dotazioni originali. Valga l’esempio dei pannelli porta: deformati dal tempo e dall’umidità, sono stati recuperati rinforzandoli sul retro con giornali e colla vinilica, e dopo una bella pulita sono tornati come nuovi. Così come il volante e gli altri particolari in legno, puliti e lucidati prima di essere rimontati.

Anche il rimontaggio è stato effettuato in garage, nel tempo libero, cioè nei fine settimana oppure la sera dopo il lavoro. Quasi perfetta Ora la Mini di Ravasio ha riacquistato in pieno la sua vitalità, ha ritrovato quell’aria simpatica, spigliata ed elegante che ne ha decretato il successo fin dal 1959, anno della prima presentazione nel Regno Unito. È quasi perfetta, perché alcuni piccoli ritocchi devono ancora essere completati, ma meglio così, se no che divertimento c’è?

Ravasio se la gode usandola quasi tutti i giorni, anche per andare al lavoro, senza dimenticare quella che era la sua motivazione d’origine, e cioè partecipare alle gare di Regolarità. Arriveranno anche quelle, intanto però è bello guidarla pensando alle condizioni in cui è stata trovata, al lungo lavoro fatto per rimetterla in splendida forma, ai topolini mummificati trovati durante lo smontaggio degli interni.

Fabbricata in Italia La Mini 1001 viene lanciata dalla Innocenti nella primavera del 1972, come versione particolarmente curata della Mini 1000 presentata un mese prima. A quell’epoca la Mini è già un successo internazionale: a tredici anni dal suo lancio in Inghilterra il progetto originale e rivoluzionario di Alec Issigonis ha portato alla British Motor Corporation un risultato incredibile e impensabile all’epoca della presentazione.

Le ripetute vittorie al Rally di Montecarlo delle Mini Cooper hanno definitivamente sdoganato il concetto della trazione anteriore, ma soprattutto hanno reso la sua impostazione tecnica, motore trasversale e trazione anteriore, un riferimento obbligato per tutti i costruttori di vetture utilitarie, che difatti nel tempo ad essa si adegueranno. Dal 1966 la Mini è diventata anche un fenomeno italiano, perché prodotta su licenza dalla Innocenti nella versione base da 850cc e nella sua evoluzione sportiva Cooper da 1000cc.

Nel 1972 la Innocenti presenta la Mini 1000, quando nel mondo si contano ormai più di 3 milioni di Mini circolanti, e 300.000 sono in totale quelle prodotte in Italia. La nuova versione adotta quasi lo stesso motore della precedente Cooper, con cilindrata portata a 998cc ma con un solo carburatore doppio corpo anziché due e con una potenza di 55 CV anziché 60.

Altro intervento di rilevante importanza è l’abbandono del sistema Hydrolastic, un impianto idropneumatico dimostratosi poco confortevole e non molto performante, sostituito dalle sospensioni con molle in gomma e ammortizzatori già montate sulle prime versioni inglesi. Restano naturalmente le piccole ruote con pneumatici 145x10, una caratteristica tipica che la Mini perderà molto più tardi, quando ormai il suo periodo d’oro è terminato.

A livello estetico i cambiamenti sono minimi, anche perché l’indovinatissima linea della Mini, essenziale ed equilibrata, non ha perso niente del suo fascino d’origine, anzi, è diventata un classico molto amato che sarebbe stato un delitto rovinare.

Gli interventi dunque sono limitati a pochi particolari: portiere con cerniere interne e vetri discendenti con deflettori, lunotto posteriore ampliato, fanali posteriori di dimensioni maggiori con luce di retromarcia incorporata, mascherina anteriore ridisegnata. Anche gli interni sono pressoché inalterati, salvo un disegno leggermente diverso dell’imbottitura dei sedili: l’abitabilità resta quella di sempre, incredibile all’epoca per un’auto dalle dimensioni così contenute, così come il posto di guida, caratterizzato dalla posizione molto orizzontale del volante.

La Mini di lusso

Quali le differenze della Mini 1001, rispetto alla versione “base”? Nessuna dal punto di vista tecnico, ma abbastanza numerose sul fronte delle finiture e della dotazione di accessori, tanto da giustificare un aumento di listino di 52.000 lire rispetto alle 1.098.000 lire richieste per la 1000. All’esterno spiccano le coppe ruote più elaborate, le cornici cromate ai telai dei vetri e le scritte identificative sulla calandra anteriore e sul coperchio del bagagliaio posteriore.

All’interno l’allestimento è decisamente più ricco: sedili con una nuova fascia centrale in panno (croce e delizia dei collezionisti perché non facilmente recuperabile), moquette sul pavimento, cuffia della leva cambio in finta pelle, volante a tre razze e pomello della leva cambio in legno, rivestimento in legno del cruscotto portastrumenti, bocchette di aerazione e bordatura delle tasche alle portiere cromate, lunotto termico e accendisigari.

E poi la pedaliera, finalmente di generose dimensioni con l’acceleratore a suola incernierato in basso. Insomma un bel salto di qualità, necessario per avvalorare quella vocazione chic che il pubblico femminile le ha negli anni attribuito. cittadina di classe Classica nella sua intramontabile linea e nel bel verde pastello di serie, la Mini 1001 era la versione raffinata della vettura cittadina per eccellenza dei primi anni ’70. In realtà tutte le versioni Innocenti si distinguevano dalle sorelle inglesi per l’accuratezza delle finiture. Costruzione accurata Il musetto è uno degli elementi estetici su cui più si è lavorato in Innocenti per caratterizzare le varie versioni della Mini.

Tutti i particolari denotano l’attenzione con cui questa Mini è stata concepita. Si notano i segni distintivi di un allestimento d’élite per l’epoca, come le cornici fari e le maniglie di ottima fattura, il finestrino posteriore a compasso, il tappo serbatoio cromato e con serratura, le coppe ruota stilizzate. Stride un po’ il bagagliaio spartano ed essenziale, ma la Mini era pur sempre un’utilitaria. di nuovo a lambrate La Mini per il nostro servizio fotografico è tornata a sfrecciare nel quartiere milanese di Lambrate dove nacque.

Di Rodolfo Solera - Foto Luca Danilo Orsi

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