EPOCA : KARMANN GHIA CABRIOLET, DESTINO CELESTE

5 agosto 2016
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    Un incontro fortuito e un pizzico di romanticismo portano un neo appassionato all’acquisto della prima storica. Dopo una temporanea delusione sul colore della carrozzeria, il restauro...

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    Non è una novità: l’amore dei collezionisti per le proprie auto spesso è paragonato all’amore per le donne; desiderio, attenzioni, passione e anche qualche sano batticuore. Capitano poi storie in cui al copione “classico” si aggiungono sfumature che rendono il tutto ancor più somigliante a una vera love-story, una sorta di alchimia fatta di incontri e corteggiamenti, in cui anche il destino ci mette del suo. È il caso della protagonista di queste pagine, una Volkswagen Karmann-Ghia del 1972, e del suo proprietario, l’appassionato Marino Polidori.

    TROVATA
    Siamo agli albori del nuovo millennio
    e il nostro protagonista, contagiato da un amico esperto e dal fascino “scoperto” della sua bella Triumph Tr4, si affaccia timidamente al variegato mondo delle auto storiche. Senza avere ancora un obiettivo preciso, inizia distrattamente la classica ricerca tra riviste e siti specializzati, in cerca di qualcosa che lo colpisca. Capita così che un giorno, durante una sortita in un garage romano, in mezzo a cumuli di ciarpame Marino scorga delle forme sinuose, che all’inizio fatica a riconoscere. Un esame più attento gli rivela presto l’identità della vettura: una VW Karmann Ghia cabriolet, verniciata in uno strano celestino, in condizioni disastrose. La prospettiva di un restauro lungo e laborioso fa sì che egli passi velocemente oltre, senza dedicarle troppe attenzioni.

    Una volta a casa però, inspiegabilmente, quel rottame gli torna in mente e inizia a ronzargli in testa in maniera sempre più insistente, anche a causa del colore insolito e in qualche modo intrigante. La mattina dopo, Marino si sveglia con la sensazione che quell’incontro non sia stato casuale. Pensa e ripensa, dopo qualche giorno si mette in macchina e torna a vedere la vettura; chiede informazioni, ispeziona ogni dettaglio, ma al momento di tirar fuori l’auto dal garage arriva una brutta sorpresa: alla luce del sole la carrozzeria si rivela essere di un comune, e per la verità anche un po’ spento, color bianco avorio.

    AZZURRINO
    L’azzurrino che tanto gli era piaciuto non era altro che il frutto del riverbero
    delle vecchie e fioche luci del garage. Ma ormai è tardi per ripensarci, la scintilla è scattata, e la trattativa viene comunque conclusa.Una volta a casa, Marino inizia a pianificare il restauro. La vettura manca di diversi particolari, quindi il primo passo è richiedere un certificato di origine alla casa costruttrice per identificare correttamente la serie e poter acquistare i ricambi giusti; a causa della interscambiabilità dei pezzi tra le varie serie, sbagliare è infatti facilissimo.

    SORPRESA
    Qui arriva la sorpresa: l’auto è stata deliberata il 1 dicembre 197
    2 e imbarcata il 14 dello stesso mese per essere venduta da nuova a New York, equipaggiata con freni anteriori a disco, pneumatici a fascia bianca, capote e interni neri e vernice… Olympia Blau! Quasi fosse un premio del destino per il nuovo proprietario, la vettura era effettivamente nata celeste. Mosso da nuova carica per la scoperta, il Polidori avvia i lavori, sverniciando da sé la macchina prima di portarla in carrozzeria per sabbiatura e riverniciatura. Gli impegni lavorativi e la difficoltà nel reperire alcuni dettagli specifici richiederanno ben otto anni di lavori, durante i quali si tenta di salvare tutto il salvabile e sostituire soltanto le parti irrecuperabili, prima di arrivare alla reimmatricolazione nel 2008 e all’omologazione ASI nel 2009.

    A parte qualcosa, i ricambi non hanno causato grosse difficoltà, essendo per buona parte in comune con la ben più diffusa Maggiolino 1.6, e il grosso è stato reperito negli Stati Uniti, dove la berlina VW e le sue derivate sono ancora diffusissime; l’unico vero ostacolo Marino l’ha incontrato per recuperare i montanti in legno della cappottina. Per quanto riguarda i lavori fatti in Italia, invece, i grattacapi sono venuti coi lavori di carrozzeria, che ha richiesto un ripristino lungo e laborioso delle curve e delle bombature delle fiancate. Ma alla fine il risultato è stato più che soddisfacente.

    QUINTA SERIE

    L’esemplare di quest servizio appartiene alla quinta e ultima serie della popolare cabriolet Volkswagen, nata nel lontano 1955 dopo che il prototipo presentato dal carrozziere torinese aveva conquistato il collega tedesco. In realtà Karmann, convinto della bontà dell’idea di affiancare una versione fuoriserie al già popolarissimo Maggiolino, aveva provato diverse volte a convincere i vertici di Wolfsburg ad affidargli una commessa, purtroppo sempre senza successo. Galvanizzati dal successo della loro utilitaria, i dirigenti VW volevano evitare di disperdere energie su altri progetti non necessari.

    Durante una conversazione tra concorrenti che si stimano, Wilhelm Karmann sfoga tutta la sua delusione in proposito con Luigi Segre, che all’epoca è direttore commerciale della carrozzeria Ghia. Al contrario dei dirigenti di Wolfsburg, Segre coglie tutte le potenzialità dell’idea, e in soli sei mesi appronta un prototipo coupé, finito e funzionante, realizzato su un telaio “Kafer”.

    La vettura è proprio come deve essere: tonda e sinuosa, è chiaramente una VW, ma ha quel pizzico di grinta e di eleganza che manca alla berlina da cui deriva. Il design è così convincente che anche la Casa madre è costretta a riconoscerne la validità, e dopo soli due anni di sviluppo, la VW Karmann Ghia coupé debutta il 14 giugno 1955, seguita dopo un altro paio d’anni dalla versione scoperta, la specialità di Karmann, che spopolerà letteralmente all’estero, in particolare negli Stati Uniti, California e Florida in testa.

    POTENZA
    Di serie la Karmann Ghia monta la meccanica del Maggiolino, ovvero un pacioso quattro cilindri raffreddato ad aria da 1192 cc per appena 30 CV. Nonostante l’ottimo successo di vendite, il gap tra le prestazioni “promesse” dalla bella carrozzeria e quelle effettive appare da subito lampante: 115 km/h di velocità di punta sono pochi anche per gli anni Cinquanta, figuriamoci nei Sessanta. Cosi, dopo un lieve incremento di potenza nel 1960, nel ‘66 arriva il nuovo 1285 cc, e già l’anno dopo il 1.493 cc, che reggerà fino al 1971, anno in cui debutta la versione 1.6, con il 1584 cc da 55 CV che troviamo sotto il cofano della vettura .

    Durante questi anni gli aggiornamenti estetici, meccanici e di allestimento sono continui; per comodità si identificano cinque serie per entrambe le versioni, ma in realtà all’interno di ogni serie ci sono ogni anno diverse variazioni, per cui il lavoro di identificazione dei particolari corretti non è proprio semplicissimo. Fortunatamente la letteratura in merito abbonda, data la longevità del modello (20 anni) e l’ampio numero di esemplari prodotti (362.585 coupé e 80.881 cabriolet). Oggi poi i documenti disponibili in rete e i tanti club di marca e di modello agevolano ulteriormente le cose. Per comodità riportiamo comunque le cinque serie principali: 1a serie (1.2) 1955-60, 2a serie (1.2) 1960-66, 3a serie (1.3) 1966; 4a serie (1.5) 1967-70; 5a serie (1.6) 1971-74.

    Tornando a Marino e alla nostra cabriolet celeste, a distanza di  anni dal loro primo incontro vivono il loro rapporto più innamorati e in simbiosi che mai. Abitano a pochi passi dalle coste laziali e nelle lunghe estati del centro Italia scappano spesso insieme a godersi una passeggiata sul lungomare, con la capote rigorosamente abbassata e il 4 cilindri che ronza sornione dietro l’abitacolo, col suo sound inconfondibilmente VW. Il propulsore 1.6 è il più potente montato su questa vettura, ma 97 in termini assoluti è comunque piuttosto tranquillo, adatto più a passeggiate con un filo di gas che alla guida sportiva.

    Nel volere della Casa queste versioni dovevano essere varianti più raffinate del Maggiolino, non più sportive. Il rovescio buono della medaglia è la proverbiale affidabilità VW, qui trasferita pari pari pur trattandosi di una fuoriserie. Con la sua Karmann Ghia il nostro amico Marino andrà forse un po’ piano, ma di sicuro sano e lontano. Non a caso le forme tonde della vettura, soprattutto a cappotta chiusa, gli ricordano quelle di una simpatica tartaruga, animale lento ma tenace e longevo.

     

    La Karmann Ghia gode di ampio seguito tra gli appassionati, che hanno creato club in tutto il mondo. In Italia c’è il Karmann Ghia Club Italia “Sergio Sartorelli” fondato nel 2007 e dedicato allo stilista in forze alla Ghia. Sodalizio molto attivo, ha un sito (www.karmannghia.it) molto ricco di informazioni di ogni genere.




     

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