Epoca, la Austin Cooper S del 1964

26 novembre 2015
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    Da sempre la Mini, geniale successo planetario inventato da Sir Alec Issigonis lanciato sul mercato nel 1959, è stata oggetto delle forme più disparate di personalizzazione, tanto che è quasi impossibile elencare tutte le varianti realizzate...

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    Da sempre la Mini, geniale successo planetario inventato da Sir Alec Issigonis lanciato sul mercato nel 1959, è stata oggetto delle forme più disparate di personalizzazione, tanto che è quasi impossibile elencare tutte le varianti realizzate, dagli allestimenti di lusso alle customizzazioni più estreme. Oltre ai carrozzieri, professionisti o improvvisati, a partire dal lancio sul mercato anche le stessa BMC (British Motor Corporation nata nel 1952 dalla fusione fra la Austin Motor Company e il gruppo Nuffield, proprietaria della Morris) ha sperimentato molto sulla Mini che però, come sappiamo, è rimasta sempre fedele a sé stessa fino addirittura al 2000, e le tante divagazioni sperimentate si sono quasi sempre fermate allo stadio di prototipo. Il destino ha voluto che una di queste, dalla storia lineare e documentata, sia finita in Italia, di proprietà di un collezionista che vive tra Roma e l’Inghilterra.

    MARPLES MINI
    E’ la cosiddetta “Marples Mini” (così è conosciuta in patria), ovvero l’Austin Cooper S prototipo tre porte (in inglese hatchback) realizzata nel 1963 in esemplare unico e successivamente ceduta all’allora Ministro dei trasporti britannico Ernest Marples. Legenda vuole che questi, durante una presentazione al pubblico della Mini elaborata da John Cooper, confidi personalmente al celebre preparatore che ne avrebbe comprata una solo se fosse stata in grado di trasportare le sue sacche da golf o la scorta di vino che periodicamente acquista in Francia.

    La richiesta di un Ministro dei trasporti è difficile da ignorare, e così Cooper organizza un incontro tra Marples e lo stesso Issigonis, per valutare la fattibilità della richiesta. In realtà la vettura esiste già: è il prototipo Hatchback che dal 2 gennaio 1964 è intestato al Dipartimento Sperimentale Austin Motor Company di Longsbridge, con targa 963 LOP; sacche da golf o meno, Marples ne entra ufficialmente in possesso il 22 agosto 1968. Sicurezza Nel 1964 una Mini con il portellone posteriore non è una novità assoluta. All’epoca carrozzieri come Hooper e Radford ne commercializzano già alcuni modelli, e probabilmente è proprio il loro successo a far sì che se ne interessi direttamente anche la BMC, che oltre alla Cooper S con portellone metallico di questo servizio, in seguito sviluppa anche un secondo e un terzo prototipo con meccanica 850 e portellone in vetroresina. Il progetto della vettura viene affidato a John Sheppard, il quale risolve il problema della rigidità in coda applicando un profilo a sezione quadra lungo tutto il perimetro dell’apertura posteriore, che alla fine risulta complessivamente più robusta delle due aperture singole (lunotto e sportello baule) della Mini di serie. 

    PORTELLONE

    Il portellone viene montato con una sola cerniera centrale nella parte superiore ed è piuttosto pesante, ma a sostenerlo ci pensano due efficaci staffe telescopiche a bloccaggio automatico prelevate dalla grande serie. Di disegno non particolarmente omogeneo (curvo nella parte superiore, scantonato in quella inferiore), esso dà accesso a un vano più capiente e soprattutto fruibile di quello di serie, favorito anche dal divanetto posteriore abbattibile, soluzione che regala un piano di carico piatto e regolare, dalle dimensioni vicine a quello della Mini Traveller, versione già in produzione dal 1960. Oltre al portellone, la “Marples Mini” presenta una serie di equipaggiamenti sperimentali di sicurezza, con buona probabilità montati in Austin già prima della cessione al Ministro, e tuttora conservati. Esternamente, il portellone ha una sagomatura per la targa molto estesa per ospitare un inedito porta targa maggiorato, che monta ai lati due plafoniere per aumentarne la visibilità in luogo dell’unica centrale all’epoca montata in basso, dove su questo esemplare troviamo la maniglia di apertura del portellone, prelevata dalla produzione BMC.

    Su entrambi i paraurti spiccano rostri e cantonali cromati; all’anteriore, oltre a inediti indicatori di direzione sui parafanghi, trovano posto anche nuovi ripetitori di color arancio sugli spigoli anteriori, di provenienza Rover P5, ad affiancare i consueti indicatori circolari bianchi che qui fungono unicamente da luci di posizione (solitamente assolvono a doppia funzione posizione/direzione). Sulle porte infine, troviamo le maniglie di apertura esterne montate al contrario, per prevenire eventuali “agganci” accidentali all’impermeabile di qualche pedone. All’interno, oltre al già citato sedile abbattibile, tra gli accorgimenti per la sicurezza troviamo le cinture di sicurezza anteriori a tre punti con arrotolatore e una serie di imbottiture per attutire eventuali urti dei passeggeri: lungo tutto il perimetro del cielo (eccetto sul portellone), sul bordo della mensola portaoggetti sotto il cruscotto e sul pannellino rettangolare che copre il riscaldatore.

    La rinascita Il Ministro tiene la vettura fino al 1974, anno in cui la cede in permuta per acquistare una Renault 5 nuova (al portellone non si rinuncia!), così la Hatchback passa di mano diverse volte, rimanendo a lungo ferma e finendo pure tra le grinfie di un ragazzotto che la elabora maldestramente secondo le mode del periodo. La salvezza arriva negli anni 90, quando viene scovata per caso da un appassionato che, nonostante le “personalizzazioni”, riconosce il prototipo pubblicato anni prima dai tabloid col ministro Marples alla guida. Dopo un “corteggiamento” lungo e serrato riesce ad entrare in possesso della vettura e a riportarla alle condizioni originali attra verso un meticoloso restauro che cerca di salvare tutto il salvabile, essendo alcuni componenti specifici e quindi difficili da rimpiazzare. 

    MOTORE

    Il motore, purtroppo sostituito negli anni, è riportato alle specifiche di fabbrica; l’interno viene solo ripulito, essendo la parte meglio preservata e ancora quasi completamente originale, eccetto il volante e il rivestimento del pavimento, corretti ma non più quelli di primo equipaggiamento. Unica nota stonata resta la targa, che nel 1974 (quando l’auto fu venduta da Marples) è diventata KMG 840 B. Spetta ad Andrea, l’attuale proprietario, il compito di recuperare la vecchia numerazione. Oggi ne fa un uso abbastanza disinvolto (gite e raduni, ma anche casa-ufficio e spesa) e per questo la vettura si presenta “vissuta”, non essendo stata più toccata dal restauro di metà anni 90 ad eccezione della manutenzione ordinaria.

    Abbiamo avuto modo di effettuare un test drive tra i trafficati vicoli romani, contesto che esalta le conosciute doti di agilità della Mini che, a dispetto dei cinquant’anni del nostro esemplare, ha ancora molto da dire. La meccanica di serie (Cooper S da 1071 cc capace di 68 CV) si dimostra ancora oggi decisamente brillante, e abitabilità, dimensioni compatte e maneggevolezza fanno impallidire molte utilitarie moderne. Oltre allo scarso comfort sui fondi accidentati dovuto alle ruote piccole (da 10 pollici) e alla scarsa luce da terra, l’unico altro punto critico della Mini classica è proprio il minuscolo e poco accessibile vano bagagli, e a vedere la Hatchback oggi viene da chiedersi perché le Mini successive non siano state prodotte tutte in questo modo, anche perché il portellone non deturpa affatto l’estetica della vettura.

    Probabilmente nel 1964, cioè molto prima di Fiat 127 e VW Golf, un’utilitaria col portellone era qualcosa di fin troppo moderno, anche per una vettura già tanto rivoluzionaria come la Mini. Ci vorrà la nostra Innocenti, dieci anni dopo, per risolvere finalmente il problema, con la “quadrata” di Bertone del 1974.

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